Tornare al petrolio: Donald Trump farà una eco-exit?

La nuova politica ambientale-energetica degli Stati Uniti potrebbe “paralizzare” l'accordo sul clima di Parigi, avverte il capo delle Nazioni Unite

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GreenToMeet Media TeamTornare al petrolio: Donald Trump farà una eco-exit?

Molti degli elettori che hanno votato per Donald Trump in questo novembre 2024, intervistati dai media hanno dichiarato che una delle principali misure che si aspettano dal nuovo presidente è quella di “tornare al petrolio”.

Ora, al di là del fatto che ci si può chiedere quando le amministrazioni statunitensi degli ultimi decenni se ne siano effettivamente allontanati, dalla fonte energetica petrolio e dai suoi derivati, la questione riguardante l’atteggiamento che la nuova Amministrazione trumpiana assumerà rispetto agli issues dell’ambiente, dei cambiamenti climatici e della transizione energetica non è da poco. Soprattutto perché le scelte americane, per ovvie ragioni, faranno sentire i loro effetti ben al di là del territorio nazionale, finendo per coinvolgere (per indirizzare? Per modificare radicalmente?) la politica globale sulla questione.

Una preoccupazione di cui si è già fatto portavoce in questi giorni il segretario dell’ONU António Guterres. Sottolineando che gli accordi del trattato di Parigi sul clima sono ben vivi e vegeti e resteranno in vigore, Guterres, con una sorta di intervento preventivo, ha voluto esortare gli Stati Uniti a rimanere con tutti e due i piedi dentro il terreno degli accordi attuali. I rumors pre-elettorali (mai esplicitati ufficialmente, in verità) davano infatti per molto probabile l’intenzione di Trump di ritirarsi completamente dal quadro negoziale sul clima.

La grande paura di Guterres e dell’ONU è che un eventuale arretramento della maggiore potenza economica e politica mondiale (che, ricordiamolo, ha un consumo di energia pari alla strabiliante cifra di 4,099 miliardi di kilowattora nel 2024 ,destinato a salire a 4,128 miliardi di kWh nel 2025, ed è anche il secondo peggior inquinatore al mondo dopo la Cina, con 5.269.529.513 tonnellate di CO2 emessa nell’aria) porti a una paralisi di fatto del processo di realizzazione degli accordi di Parigi.

Insomma, il dentro-fuori (o in-out, se vogliamo dirla all’inglese…) degli Stati Uniti si rinnoverebbe per la seconda volta, dopo che nella sua prima presidenza Trump aveva già compiuto la prima eco-exit dal Trattato.

Guterres ha paragonato l’eventuale uscita degli USA ad un organismo che perde un arto per una sorta di auto-amputazione, un parziale harakiri.
“L'accordo di Parigi può sopravvivere” ha detto il Segretario ONU “ma a volte le persone possono perdere organi importanti o perdere le gambe e sopravvivere. Ma noi non vogliamo un accordo di Parigi paralizzato. Vogliamo un vero accordo di Parigi”.

Ciò che Guterres sembra temere di più, al di là di una dismissione degli impegni  ambientali da parte degli USA che finora sono stati piuttosto tiepidi, è l’effetto domino che l’uscita americana potrebbe causare, soprattutto per gli altri governi con il “cuore a destra” dei Paesi impegnati nell’accordo.

In un’intervista al quotidiano inglese “Guardian” durante il vertice sulla biodiversità COP16 a Cali, in Colombia, Guterres ha ricordato agli Stati Uniti il fatidico limite degli 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali che è l’impegno numero uno degli accordi parigini. Quello, aggiungiamo noi, che giorno dopo giorno vediamo scivolare sempre più lontano e sfumare in un orizzonte pericolosamente irraggiungibile.

“È molto importante che gli Stati Uniti adottino il tipo di politiche necessarie per rendere l'obiettivo di 1,5 gradi ancora realistico”, ha dichiarato.

Si ripeterà dunque la storia del 2020, quando gli Stati Uniti sono diventati il primo Paese al mondo a ritirarsi formalmente dall'Accordo di Parigi? Trump ne aveva annunciato l'uscita già nel giugno 2017, ma le complicate regole di uscita causarono un ritardo di tre anni tra la decisione e l'uscita formale.

Quando salì alla presidenza Joe Biden, gli USA rientrarono immediatamente nella casa del Trattato. Fu un atto simbolico, compiuto, lo ricordiamo, nel primo giorno della sua presidenza, nel gennaio 2021.

Ovvio che bisognerà verificare l’entità dei proclami elettorali trumpiani (nuovi investimenti nei combustibili fossili, taglio al sostegno alle auto elettriche e alle energie rinnovabili ecc) alla prova dei fatti, quando l’amministrazione si insedierà e comincerà effettivamente a lavorare. Senza dimenticare il ruolo del Senato, che è ritornato con queste elezioni sotto l’influenza repubblicana.
Intanto, voci come quella di Michael Mann, scienziato del clima dell'Università della Pennsylvania, già avvertono che la seconda presidenza Trump potrebbe diventare

“un game over per un'azione significativa sul clima in questo decennio, e stabilizzare il riscaldamento al di sotto di 1,5°C diventerebbe probabilmente impossibile”.

Staremo a vedere.

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Direttore Editoriale. Alessandro Di Nuzzo è giornalista, scrittore e responsabile editoriale di Aliberti editore dal 2001. Ha curato diversi volumi sulla letteratura italiana e straniera, come Leopardi. Ricette per la felicità (2015); Poeti francesi del vino (2016); Dante e la medicina (2021). Il suo primo romanzo, La stanza del principe (Wingsbert House-Aliberti, 2015), ha vinto il Premio Mazara del Vallo Opera prima. È autore con Alessandro Scillitani del docufilm Centoventi contro Novecento. Pasolini contro Bertolucci (2019). Tra i suoi libri: Francesco da Buenos Aires. La rivoluzione dell'uguaglianza.
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